Libertà in pensieri

L’isolamento sociale delle neo mamme

C’è stato un tempo in cui potevo prendere aerei, salire su treni, guidare per kilometri su kilometri al volante della mia auto. Potevo incontrare persone vicine o lontane, ovunque volessi, in qualsiasi momento desiderassi.

Mi piaceva, ad esempio, la libertà di mettermi in auto e raggiungere gli amici per pranzi, cene, aperitivi, caffè, chiacchiere, serate danzanti.

Ho spesso viziato i miei amici, gli ho evitato noiose code in macchina, parolacce al volante, girotondi infiniti per cercare parcheggio. Ero spesso io a girovagare come una trottola impazzita, ma non mi sono mai lamentata troppo. In fondo mi piaceva.

Poi sono rimasta incinta.

I primi mesi di gravidanza non ero ancora entrata nel mood della mamma assennata e ho continuato a dare appuntamenti a destra e manca in giro per la Puglia.

Poi al quinto mese la gravidanza si è fatta parecchio complicata, io ho rischiato di abortire e i medici mi hanno imposto il riposo forzato.

Niente più lavoro e, soprattutto, niente più gite in auto, se non per entusiasmanti visite mediche, con inevitabile tassista al seguito.

Quando Martino è nato, il pancione è scomparso e, seppur con grande fatica, sono ritornata agile e grintosa come ero una volta.

Ma la vecchia libertà era ormai diventata un concetto utopico. Una mamma, soprattutto una brand new mamma, non può concedersi di saltare in auto a cuor leggero e riempire l’agenda di caffè e aperitivi con gli amici.

La frase “faccio ciò che mi pare e piace” finisce inevitabilmente fra i ricordi di un passato glorioso e tocca assumersi le proprie responsabilità. Mi sembra ovvio, oltre che legittimo. Martino è l’unico essere al mondo al quale concedo di impormi dei vincoli.

Un figlio diventa la priorità, il tuo impegno costante, senza orari o pause. Non è che arrivino le 17.00 del venerdì e si spegne il computer esclamando: evviva, inizia il weekend!

Un figlio c’è anche nei fine settimana. Non si fanno eccezioni.

Gli unici momenti di break permessi ad un neo genitore diventano imprevedibili, dipendono dall’incastro miracoloso con gli impegni dei soli babysitter disponibili (= nonni materni). E i nonni hanno la propria vita, non sempre la loro presenza può essere pianificata o pretesa.

Faccio questa premessa per dire che da quando ho smesso di essere libera, molte righe della mia agenda sono rimaste vuote.

Ho il cellulare pieno zeppo di cuoricini multicolore, “ti voglio bene” ridondanti e promesse buttate lì, tanto per concludere con enfasi un messaggio di testo. Ma gli amici di sempre si sono dileguati, come catturati da una forza maggiore che gli impedisce di sistemare il lato B in auto, allacciare le cinture e raggiungermi.

Tutti presi da impegni inderogabilissimi, catturati da un vortice di mutitasking esasperato, affetti da rimandite cronica.

Eppure un tempo mi districavo anche io fra mille impegni di lavoro, eventi mondani, relazioni pubbliche, progetti di ogni sorta.

Però il tempo per gli amici, quelli veri, non gli amici dei social o quelli che senti due volte l’anno (compleanno e Natale, tanti auguri a te e famiglia) l’ho sempre trovato. Sempre.

Come?

Con una filosofia semplice quanto banale: “Volere è potere”.

Nelle nostre vite intasate, ingorgate, trafficate di “to do”, rimane sempre uno spazio libero per le cose di cui ci importa sul serio, se davvero lo vogliamo.

Credo che un pochettino si provi gusto a dichiararsi irreperibili, a fare i preziosi. E’ un modo come un altro per sentirci indispensabili, per farci desiderare. Insomma il “sono troppo impegnato/a” lo trovo un esercizio di egocentrismo più o meno volontario.

E’ un pò di tempo che mi ritrovo a rincorrere gli “amici” di sempre. Ma inseguire la gente mi causa prurito all’anima, chi ha letto il libro sa che mi tengo lontana da questi meccanismi perversi, per carità. Dipendere da qualcuno non fa per me, soprattutto dopo tutto il duro lavoro fatto per cambiare le carte in tavola causa del mio malessere interiore.

In questi mesi ho atteso, ho osservato paziente, ho lasciato agli altri il tempo di smentirmi.

Ma ho avuto epiloghi disastrosi. Ho recriminato, mi sono arrabbiata, ho sofferto. Sì, perché veder affievolire un rapporto di amicizia è doloroso, ve lo assicuro.

Ci si sente dannatamente soli, abbandonati a se stessi. Anche un pò traditi.

E ammetto le mie responsabilità: probabilmente ho avuto troppe pretese, troppe maledette aspettative. Del resto i rapporti si fanno fiorire e si fanno appassire in due, anche quelli di amicizia.

Ma pian piano sono diventata capace di accettare tutto e guardare avanti.

Oggi sono consapevole che la mia vita è cambiata e con lei sono cambiati i rapporti con il mondo.

Non metto in discussione i legami che ci sono stati, so che sono stati molto intensi e mi hanno dato tanto. Mi hanno reso la vita più bella.

Ma le nostre vite, tutte, sono segnate da continue rivoluzioni. Sta a noi cavalcare i cambiamenti e intrecciare le rispettive evoluzioni rendendole compatibili con quelle altrui. Sempre se lo vogliamo davvero.

Questo significa che forse ci sono persone da lasciar andare, che esistono pause di riflessione anche nelle amicizie o che, semplicemente, è giunta la stagione per new entry che scelgano, con entusiasmo, di far parte della mia vita.

Intanto mi sono data una mossa e ho agito.

Ieri ho fatto una cosa che sognavo da tempo: sono tornata a Lecce, una delle mie città preferite. Lecce rappresenta la vecchia Valeria, la donna libera che ero un tempo. E’ una città dalla quale mi sento cullata, coccolata, viziata.

Il mio pupo passava una giornata con il papà e io mi sono concessa un pomeriggio per me, solo per me.

Nessuna proposta, nessun invito, nessuna supplica rivolta all’esterno. Ho imposto un severo divieto a me stessa.

Mi sono messa al volante della mia Panda, come facevo un tempo, e mi sono goduta una fantastica passeggiata per le vie del centro di Lecce.

Sognavo da mesi di tornare in questa splendida città, magari con una delle mie migliori amiche. Promuovere un libro richiede anche mettere il naso fuori di casa, avevo immaginato una passeggiata mondana a due per le librerie del centro.

Invece mi sono ritrovata a godere della mia sola compagnia, proprio come ho imparato a fare anni fa.
Ho assecondato i miei tempi, i miei ritmi, i miei desideri, come succedeva in Australia, quando stavo faticosamente conquistando la mia libertà. (i lettori di “Troppi sogni per un cassetto solo” sanno di quale sensazione straordinaria sto parlando).

Ieri ho scritto questo articolo senza alzare la testa dal computer, seduta ad un tavolo della Feltrinelli.

Ho ripensato alla poesia nella voce della cantante spagnola che suonava sui gradini della chiesa, agli sguardi sfuggevoli dei passanti, al sorriso della barista che mi ha preparato un espressino, alle pagine che ho sfogliato in libreria, al rock di Devendra Banhart che ho cantato a squarciagola mentre guidavo sulla superstrada, al sole che mi ha baciato il volto mentre camminavo felice per le viuzze del centro.

E ho sorriso perché ero dannatamente contenta.

Mi ero dimenticata quanto potesse essere bello stare in compagnia di se stessi.

Valeria Plume

2 commenti

    • ValeriaPlume

      Valentina, da neo mamma sai quanti cicloni si affrontano. Fa strano esporsi e raccontare le proprie debolezze. Eppure io credo che serva, scrivo senza peli sulla lingua affinchè donne come noi non si sentano sole, strane, sbagliate. E sono felice di avere il tuo prezioso supporto, giuro che non è una frase buttata lì. Lo credo davvero.

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