Libertà in pensieri

Federica e una breve storia sul destino generoso

Qualche settimana fa sono andata a vedere uno spettacolo presso l’Arci Calypso di Sava. Il titolo non poteva che solleticare la mia curiosità: La ragazza con la valigia, ideato e interpretato da Serena Guida, un’artista che è stata capace di rappresentare “teatralmente” le sensazioni, i colori, la bellezza dell’Africa. Ci sono andata con un mio caro amico, appena tornato dall’India. Insomma, un’occasione per riunire più persone affette da wanderlust, la piacevole malattia che ci porta a desiderare una vita fatta di valigie da fare e disfare in continuazione, mentre si vaga per il mondo.

Mentre attendevamo l’inizio dello show, ci siamo seduti nel cortile e abbiamo scambiato due parole con alcuni degli spettatori. Fra di loro c’era una ragazza di indiscutibile bellezza, occhioni castani e viso angelico. Aveva un’espressione così rassicurante che mi è venuto spontaneo rivolgerle la parola, anche solo per fare una cosa che mi manca molto: attaccare bottone con gli estranei e rimanere piacevolmente stupita dalla sensazione stupenda di conoscere nuove storie, nuove anime.

Lo spettacolo stava per iniziare, io mi sono avvicinata all’estranea che sembrava meno sconosciuta dopo la nostra chiacchierata e le ho chiesto una caramella. Poi ci siamo immerse nei colori dell’Africa e abbiamo tenuto incollati gli occhi su Serena e sugli altri attori.

Quando le luci si sono riaccese, un’ora dopo, ero ancora alle prese con le riflessioni suscitate dallo spettacolo, un po’ come succede quando hai appena terminato un film che ti ha fatto immedesimare nel protagonista. Nonostante il flusso disordinato dei miei pensieri, ho adocchiato la sconosciuta, mi sono avvicinata per congedarmi da lei e ringraziarla per la caramella.

La logorroica che è in me ha trasformato un semplice “ciao” in un fiume di parole.

“Come hai detto che ti chiami?” ho domandato , fra una chiacchiera e l’altra.

“Federica”, ha risposto lei, sorridendomi con gli occhi.

Siamo finite a parlare di “Troppi sogni per un cassetto solo”, inevitabilmente.

“Mi piacerebbe tanto leggere il tuo libro. Dove lo posso trovare?” ha esclamato lei, entusiasta.

“Sai, dovrei presentare il libro proprio qui, fra qualche settimana”, ho replicato.

“Peccato, accidenti. Non credo di esserci. Parto il 30 aprile.”

“Davvero? Che bello. Destinazione?” ho chiesto, curiosa come sempre.

“Australia.”.

Il mio cuore ha fatto un balzo.

Ci credete al destino? Io sì, soprattutto quando succedono episodi come questi.

Se c’è una cosa che mi manca è proprio il confronto con qualcuno che in Australia c’è stato e magari, come me, se n’è anche innamorato.

Vivo in una piccola comunità, le probabilità statistiche che qualcuno abbia fatto un viaggio così radicale sono molto poche.

E invece eccola lì, una venticinquenne appena apparsa nella mia vita, pronta a dimostrarmi che le probabilità statistiche iniziano a giocare a mio favore.

Una settimana fa io e Federica siamo riuscite a combinare un incontro pre-partenza. Un po’ per parlare di millemila questioni tecniche che sorgono prima di un viaggio così importante.

Ma il vero motivo del caffè era un altro: parlare delle nostre storie. Ognuno di noi ha una motivazione forte che lo spinge ad affrontare un viaggio.

E la motivazione deve essere ancora più forte se ci ritroviamo a sostenere 24 ore di volo e il capovolgimento totale del nostro fuso orario.

Quando ci siamo viste Federica aveva già letto due terzi del mio libro. Per trovarci le mie ragioni, confrontare le mie paure con le sue, assaporare le emozioni sconvolgenti che l’aspetteranno e che lei saprà colorare con le sue tinte.

Io invece non conoscevo la sua storia e sono estremamente grata per quel caffè condiviso perché mi ha permesso di rivivere la trepidazione che precede un viaggio, ascoltando le parole di una ragazza così giovane eppure così coraggiosa.

Mio figlio era lì con noi, inconsapevole delle parole che ci siamo dette. Sarei stata ore e ore a parlare ma, dopo l’ennesima bustina di zucchero che Martino ha lanciato per aria, io e Federica abbiamo dovuto salutarci. Abbiamo racchiuso la miriade di cose da dirci in una conversazione di un’ora. Poco male.

A me importa aver avuto la possibilità di abbracciare Federica forte, nutrire la mia anima come succedeva un tempo e trasmetterle tutta la mia ammirazione, la forza interiore e l’augurio di un’esperienza indimenticabile.

Ero in macchina che guidavo per tornare a casa. E ho sentito dei grossi lacrimoni impertinenti fare toc toc alle mie porte. Scalpitavano per rigarmi le guance e io li ho lasciati fare.

Federica mi ha riportato indietro nel tempo, a quella mattina del 30 agosto quando ero in aeroporto con il mio backpack e ignoravo cosa mi sarebbe successo.

Ignoravo che la mia vita sarebbe stata presa, rivoltata come un calzino e rimessa a nuovo.

Ignoravo che mi sarei innamorata della vita stessa, qualcosa che non succede a tutti, non succede sempre.

Negli occhi di questa ragazza ho visto la me stessa di un tempo, dolcemente inconsapevole che l’Australia sarebbe stata un ciclone che io avrei fatto entrare nella mia anima fino a sconvolgerla del tutto.

Il giorno della partenza ero pronta ad accogliere tutto ciò che sarebbe successo. Proprio come Federica.

Il mio libro viaggerà con lei, arriverà dall’altra parte del mondo, giungerà fra le mani di lettori australiani che vogliono imparare l’italiano. Immagino l’effetto che farà leggere la storia di una pugliese che si è innamorata perdutamente della loro terra.

Come vedete il destino sa essere estremamente benevolo. Fa delle sorprese inimmaginabili.

Federica è stata la mia sorpresa. E con questo articolo io le invio un quadrifoglio virtuale di buona fortuna e tutto il bene di questo mondo ora che sta varcando le porte del gate che la condurrà in un nuovo travolgente capitolo della sua vita.

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